Marocco e “Primavera araba”: la monarchia come antidoto al contagio?

Posted on 25 Nov 2011


Gli scontri di questi giorni in Egitto e le dure manifestazioni scaturite il mese scorso in Tunisia dopo le votazioni per l’assemblea costituente hanno recentemente gettato un’ombra sinistra sulla “Primavera araba” e smorzato gli entusiasmi degli osservatori stranieri sulla sua evoluzione. Nonostante la situazione non appaia ancora chiaramente definita in nessuno dei paesi colpiti dalle rivolte dei mesi scorsi, coloro che prevedevano l’estensione del “contagio” rivoluzionario agli stati vicini sono stati in parte smentiti: Algeria e Marocco appaiono ancora eccezioni nel panorama nordafricano. Se la prima ha visto le rivolte soffocate dal pugno duro di Bouteflika, il Marocco, pur essendo stato teatro di manifestazioni invocanti cambiamenti istituzionali, non ha però vissuto situazioni paragonabili a quelle accadute in Egitto, Libia, Siria o Tunisia. Perché? Ma, soprattutto, quali sono le ragioni dell’eccezione marocchina secondo l’opinione pubblica di quel paese?

Nell’ambito di un lavoro condotto all’interno del progetto EUDEM nei primi sei mesi del 2011 per l’Università degli Studi di Catania[1], è stata analizzata la rappresentazione sulla stampa marocchina delle rivolte che hanno investito il Nordafrica. Attraverso i loro siti web, sono stati analizzati otto periodici francofoni, scelti tra i più popolari, sia su carta stampata – come riportato da OJD Maroc (Organisme de justification de la diffusion), società composta da editori, pubblicitari e giornalisti – sia sulla rete, e con differenti orientamenti politici, più o meno dichiarati [2].

Risultano del tutto assenti, ad eccezione di un fondo del 31 dicembre 2010 che rimarca le difficoltà economiche globali e locali a livello del Maghreb [3], gli articoli relativi al fermento popolare che, in quell’ultimo mese dell’anno, preparava le rivolte in Nordafrica. Anzi, se prima del dicembre 2010 alcuni fondi segnalavano le manifestazioni di rivendicazione salariale che avevano avuto luogo in Marocco [4], dopo lo scoppio delle rivolte nei paesi vicini cala il silenzio anche su questi fatti interni. Gli stessi accadimenti nel Maghreb e in Egitto sono riportati solo quando è evidente che i rispettivi governi stanno per cadere o sono addirittura già caduti.

La paura del contagio e la volontà di ribadire la propria peculiarità all’interno dell’area maghrebina si sono quindi fuse insieme inducendo una sorta di prudente disinteresse nella gestione delle rivolte nei paesi vicini, quantomeno nelle loro fasi iniziali. Solo dopo la caduta di Ben Ali e Mubarak e l’evidente point of no return che ha assunto la protesta popolare nell’Africa mediterranea, tali fatti assumono lo spazio giornalistico dovuto, il tutto però accompagnato, su giornali filogovernativi e non, per compensazione, da una serie di articoli, anche affidati ad autorevoli esponenti del mondo culturale ed accademico, che sottolineano con insistenza le peculiarità marocchine che differenziano il paese dai suoi vicini e che mettono il Marocco al sicuro dalla propagazione dell’onda di rivolta.

Un effetto domino sembra quindi poco probabile, in quanto nessun altro paese arabo ha una potente classe media né una tradizione di governo laico abbastanza forte [5]. O ancora: Il Marocco gode di una stabilità unica [6] è il titolo di un articolo pubblicato su Le Matin, sul quale vengono sottolineate le riforme politiche e sociali intraprese. Oppure, alla domanda su quali siano le ragioni che hanno permesso al Marocco di non essere toccato dalle proteste che hanno colpito gli altri paesi nordafricani, si risponde: Non in ragione di  una compiacenza qualsiasi, ma in considerazione della reale solidità delle istituzioni  [7].

Tutti i giornali hanno concordato nell’affermare che la monarchia è la causa della stabilità che ha, sinora, messo al riparo il Marocco dal contagio delle rivolte nordafricane. Il re assicurerebbe l’unità della nazione, anche in virtù dell’importante ruolo religioso rivestito, elemento che lo preserva dalle dispute più gravi.

A quasi un anno di distanza dalle prime fiammate in Nordafrica, la stabilità vissuta dal Marocco sembra confermare quest’ipotesi.


GIUSEPPE MAIMONE, dottorando di ricerca in Storia, Istituzioni e Relazioni Internazionali dell’Asia e dell’Africa moderna e contemporanea, Università di Cagliari


Una versione più lunga di questo articolo è stato pubblicato con il titolo “Morocco and Democracy promotion: a self-promoted process?”, nella Eudem Newsletter n.2 May/June 2011


[1 ] L’analisi in questione è stata svolta con la collaborazione di Chiara Pane, laureanda in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Catania.

[2] Di due quotidiani – Audjourd’hui Le Maroc (indipendente) e Le Matin (monarchico) – e due settimanali – MarocHebdo International e Tel Quel online, d’opposizione – sono stati analizzati tutti gli articoli editi tra ottobre 2009 e gennaio 2011, ovvero dalle ultime elezioni in un paese del Maghreb (Tunisia) all’inizio delle rivolte in Nordafrica. Tre quotidiani – Libération (indipendente), Albayane (quotidiano del PPS, Parti du Progrés et du Socialisme), L’opinion (dell’Istqlal, partito conservatore al governo) e il settimanale La vie ecò, sono stati oggetto di ricerche effettuate tramite  parole-chiave.

[3]  MarocHebdo, n. 914, « Bulles de savon pour 2011 ».

[4]  Cfr. Le Matin, 04.11.10, « Le gouvernement poursuivra le dialogue social ».

[5] Le Matin, 26.01.11, « Où va la Révolution du Jasmin tunisienne ? » e 29.01.11, « Le crédo de la peur »

[6] Le Matin, 31-01-2011, « Le Maroc jouit d’une stabilité unique »

[7] MarocHebdo, n. 917, «Une sinistre prédiction »